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Coppia

17 Maggio 2017

MALADAPTIVE DAYDREAMING: quando sognare a occhi aperti diventa una dipendenza

Rifugiarsi nella fantasia, per contrastare la monotonia, lo stress o l’insoddisfazione, è un’attività molto comune. Secondo il Dott. Klinger, “i sogni a occhi aperti aiutano a ottenere il massimo dal nostro cervello e sono una risorsa fondamentale”.

Tuttavia, quando una persona non riesce a farne a meno, sottraendo tempo agli impegni, alle attività e alle relazioni reali, entra in gioco una condizione nota come “Maladaptive daydreaming” (MD). Si tratta di un disturbo non ancora riconosciuto, introdotto dal Prof. Eli Somer (2002), con la pubblicazione di “Maldaptive daydreaming: a qualitative inquiry”. Tale condizione viene descritta come un’immersione prolungata in fantasie a occhi aperti, spesso attivate da trigger (come musica, film, immagini), che interferisce con lo svolgimento delle attività quotidiane, portando spesso il soggetto a isolarsi e a investire sempre meno sulla vita reale.

Il maladaptive daydreamer non perde i confini tra realtà e fantasia, ma non riesce a sottrarsi al desiderio di fantasticare. Il MD può essere pertanto considerato una dipendenza , con tutte le conseguenze del caso.

Quali sono le cause? Le ricerche sull'argomento sono ancora poche. Secondo Somer, molti soggetti che vanno incontro a questa condizione presentano traumi pregressi. Gli studi di Bigelsen e Schupak (2011) suggeriscono spiegazioni alternative, che chiamano in causa la difficoltà a desistere dal desiderio di evadere la noia e l’insoddisfazione. Il MD può configurarsi altresì come l’eccessivo utilizzo di una strategia compensatoria di alcune caratteristiche di personalità: ad esempio una persona molto introversa può immaginarsi a lungo nelle vesti di un cantante disinibito e preferire il vissuto immaginario di questo sé alternativo.

“Penso di essere un MD: è’ utile consultare uno psicologo?”
In primo luogo, è importante conoscere il tempo impiegato a fantasticare e soprattutto il senso di urgenza percepito: se fatichi a portare a termine semplici impegni quotidiani, se declini molte uscite e attività per dedicarti al mondo immaginario, se senti che non riesci a costruire relazioni soddisfacenti perché sei troppo occupato a sognare a occhi aperti, ha senso parlarne con uno psicologo. Il contenuto delle nostre fantasie può essere una preziosa fonte di conoscenza circa alcuni bisogni che non riusciamo a verbalizzare o che crediamo di non poter soddisfare. In secondo luogo, lo psicologo può aiutarti a sviluppare e potenziare strategie alternative di gestione dello stress e delle emozioni negative.

E’ bene però ricordare che fantasticare è di per sé un’attività “normale” e utile, purchè non intacchi la vita quotidiana. Di conseguenza (e probabilmente questo è uno dei motivi per il quale il MD non viene riconosciuto formalmente), si rischia di patologizzare un qualcosa di funzionale. Infatti “La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro. Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare.” (A. Schopenauer).

Bibliografia:

Bigelsen, J. & Schupak, C. (2011) “Compulsive Fantasy: Proposed Evidence of an Under-Reported Syndrome through a Systematic Study of 90 Self-Identified Non-normative Fantasizers”.  In Consciousness and Cognition, Vol. 20, No. 4, pp. 1634–1648.

Bigelsen, J, & Kelley, T. “When Daydreaming Replaces Real Life.” The Atlantic. Atlantic Media Company, 29 Apr. 2015. Web. 25 June 2016.

Klinger, E. “The Power of Daydreams.” Psychology Today (1987) n. pag. Web.

Somer E., (2002) Maladaptive Daydreaming: A Qualitative Inquiry. Eli Somer in Journal of Contemporary Psychotherapy, Vol. 32, Nos. 2

 

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Dott.ssa Raffaella Dibiase

Psicologa a Milano.
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Coppia

4 Febbraio 2017

Non si smette di essere genitori

La separazione è un processo che caratterizza tutte le fasi del rapporto genitore-figlio, per poi culminare nel momento in cui quest'ultimo raggiunge l'età adulta, con l'uscita dalla famiglia d'origine.

Nella società moderna si è troppo occupati a pensare al lato materiale di tale evento, visto e considerato l'attuale momento storico. Sembra infatti non esserci spazio per i vissuti emotivi dei genitori, i quali devono fare i conti con una nuova fase della vita, dove il ruolo genitoriale si modifica e al contempo emergono, e/o si intensificano, altri ruoli.

Tuttavia, esprimere le emozioni connesse a questa fase, condividerle e confrontarsi con altre persone sono comportamenti salutari che promuovono una certa quota di benessere e facilitano il superamento del “distacco” dai proprio figli ormai adulti.

Spesso il timore più frequente riguarda la convinzione di non essere più genitori, poiché si tende a far coincidere la genitorialità con l'accudimento di un figlio dipendente. Ma un figlio adulto non smette di essere un figlio, semplicemente raggiunge un grado di autonomia che lo spinge a crearsi il proprio spazio vitale fuori dal nucleo d’origine. E’ importante dunque realizzare che non si smette di essere genitori: si continua a supportare i figli, senza imporre loro regole, rispettando i confini.

Perché non approfittarne per rinnovare sé stessi e la propria coppia? Perche' non fare quel viaggio, quel corso o quell'attività che abbiamo sempre rimandato per dedicarci alla famiglia?

 

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Dott.ssa Raffaella Dibiase

Psicologa a Milano.
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